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Un premio per pensare. Vittorio Sgarbi

Vittorio Sgarbi Sant'Antioco

 

Siamo alla seconda edizione del Premio Arciere, la prima a chiamarsi in questo modo (quello del 2009 fu, ufficialmente, un “concorso”), la prima sotto l’egida di una specifica associazione culturale che si prefigge, per statuto, di sostenerlo. Sono già, questi appena citati, elementi che da soli ci fanno capire come il premio stia conoscendo un momento di delicata, ma incoraggiante crescita.

L’esperimento dell’anno scorso, dagli esiti del tutto positivi, malgrado qualche inevitabile peccato di gioventù, ha ulteriormente alimentato gli entusiasmi delle istituzioni pubbliche e dei privati che hanno promosso il Premio Arciere, portandoli a coinvolgere nuove forze attorno ad esso.

Ma fondamentali, nel successo della prima edizione del Premio Arciere, sono stati altri due fattori. Il primo è stato la partecipazione degli artisti. Allestita in tempi brevissimi, la precedente edizione del concorso ha comunque registrato l’iscrizione di un numero sorprendente di artisti, alcuni dei quali dalle credenziali di grande rilievo. Facile ipotizzare che, con più tempo a disposizione, la partecipazione degli artisti sarebbe potuta diventare ancora più importante, nei numeri come nella qualità.

E' ciò che si è regolarmente verificato quest’anno, tanto da convincerci a cambiare registro rispetto all’anno scorso, suddividendo i concorrenti in due categorie distinte, una, allargata di numero rispetto a quanto previsto nel bando, aperta a tutti, l’altra a inviti. La categoria unica, impiegata nel 2009, era certamente più democratica, da un certo punto di vista anche divertente, per chi ha partecipato e per chi visto l’esposizione, ma esprimeva un inferiore livello di civiltà culturale rispetto alla soluzione adottata quest’anno, più equilibrata ed educativa nel dissociare gli artisti amatoriali, esordienti o ancora poco accreditati, a cui è destinato il premio open, da quelli più noti che hanno già conseguito riconoscimenti, a cui é riservato un diverso premio.

 

Con ciò, si vuole assicurare ai concorrenti, rispetto all’anno scorso, anche una maggiore imparzialità di giudizio, visto che gli artisti invitati, alcuni dei quali, inutile negarlo, favoriti dei giudicanti, non si troveranno a competere con i meno noti, che da tali predilezioni potrebbero avere ulteriori svantaggi. In quanto alla distinzione fra democrazia e civiltà, tutt’altro che scontata, spiegheremo meglio, nel seguito di questo scritto, cosa s’intende, anticipando un’altra novità di questa edizione: l’intenzione del presidente di giuria, ossia il sottoscritto, di favorire, in primo luogo attraverso i testi in catalogo, la riflessione - sull’arte, ma anche sul mondo con cui essa interagisce, perché a capire poco del mondo si capisce poco anche dell’arte - su argomenti che di volta in volta s’intrecceranno con le vicende del premio, nella volontà di renderlo un’occasione di dibattito e di confronto quanto più stimolanti possibile per tutti coloro che, da un parte e dall’altra della scena, ne vorranno essere coinvolti.

Il secondo fattore alla base del successo riscosso nel 2009 dal Premio Arciere, ancora più importante del primo, è stato la partecipazione all’evento della popolazione di Sant’Antioco. In Italia, Paese che ha molta più confidenza, piuttosto che con la cultura, con la sua retorica, c’è il vezzo di affermare che certe manifestazioni dovrebbero puntare in alto, a chissà quali vette di reputazioni nazionali e internazionali, per raggiungere il prestigio che nel solo contesto locale non si sarebbe in grado di conseguire.

Si tratta, contrariamente alle apparenze, di una visione arretrata e quanto mai provinciale; non tanto per l’ambizione di gloria extraterritoriale, che sarebbe anche legittima, se sostenuta da adeguate capacità, quanto per il fatto di trascurare, nelle finalità primarie che ci si deve proporre di assolvere, la centralità del contesto locale. Nessuna operazione culturale, di questo come di altro genere, può dirsi riuscita se non riesce a stabilire un rapporto forte, di sollecitazione non univoca, con il contesto in cui s’inserisce. Recentemente, a proposito dell’apertura di un nuovo museo d’arte moderna, a Gallarate, qualcuno, credendo, probabilmente, di fare la figura della persona evoluta, al passo con il mondo più à la page, ha evocato, come modello di riferimento, il Guggenheim di Bilbao.

Io ho suggerito di guardarsi meglio attorno: il maggior fattore di fallimento, in molti musei italiani d’arte moderna, sta nel non aver stabilito un rapporto importante, di stimolo continuo e reciproco, con la comunità locale. Non al Guggenheim di Bilbao, citato a vanvera, forse come nuovo polo di attrazione turistica, dovrebbero guardare a Gallarate, ma ai centri commerciali. Si, i centri commerciali, che in una zona di provincia come Gallarate svolgono, loro malgrado, anche una funzione sociale, come luoghi di aggregazione.