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Siamo alla seconda edizione del Premio Arciere, la prima a chiamarsi in questo modo (quello del 2009 fu, ufficialmente, un “concorso”), la prima sotto l’egida di una specifica associazione culturale che si prefigge, per statuto, di sostenerlo. Sono già, questi appena citati, elementi che da soli ci fanno capire come il premio stia conoscendo un momento di delicata, ma incoraggiante crescita.
L’esperimento dell’anno scorso, dagli esiti del tutto positivi, malgrado qualche inevitabile peccato di gioventù, ha ulteriormente alimentato gli entusiasmi delle istituzioni pubbliche e dei privati che hanno promosso il Premio Arciere, portandoli a coinvolgere nuove forze attorno ad esso.
Ma fondamentali, nel successo della prima edizione del Premio Arciere, sono stati altri due fattori. Il primo è stato la partecipazione degli artisti. Allestita in tempi brevissimi, la precedente edizione del concorso ha comunque registrato l’iscrizione di un numero sorprendente di artisti, alcuni dei quali dalle credenziali di grande rilievo. Facile ipotizzare che, con più tempo a disposizione, la partecipazione degli artisti sarebbe potuta diventare ancora più importante, nei numeri come nella qualità.
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C’è un altro argomento di discussione, stavolta più strettamente artistico, ma che non entra nel merito dei singoli partecipanti al Premio Arciere, a ulteriore garanzia di imparzialità, che vorrei introdurre, dedicando anche ad esso qualche parola di approfondimento; un argomento, spero, assai adatto a suscitare il coinvolgimento della componente più letteraria della giuria, quest’anno particolarmente robusta, È un problema con cui ci si è imbattuti nella selezione del Premio, così come era capitato, in termini perfino più rimarchevoli, anche l’anno scorso; un problema solo apparentemente superficiale, che va a toccare, in realtà, se sviluppato fino in fondo, temi decisivi sul senso complessivo dell’arte. Il problema, detto sinteticamente, è quello della sproporzione fra i titoli e le opere a cui sono stati assegnati.
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In giuria, eravamo in cinque. Io, che la presiedevo; Piero Bartoloni, direttore del Museo Archeologico locale, Cristiana Collu, che dirige un importante Museo di arte contemporanea, a Nuoro, Daniela Ibba, Assessore comunale alla Cultura, e l’amico Dante Crobu, valente gallerista che conosco da anni. Più diversi di così, non potevamo essere. Ciò nonostante, non abbiamo avuto difficoltà a muoverci in modo coordinato, provvedendo, per prima cosa, a effettuare una scrematura preliminare con cui mettere da parte, nell’indistinto delle opere partecipanti al concorso, tutte ammesse, democraticamente, all’esposizione, quelle che, ad evidentiam, erano qualitativamente sotto il livello della decenza, alcune in maniera anche imbarazzante.
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Conoscevo la basilica di Sant’Antioco per averne letto le vicende nei libri di Raffaello Delogu, l’autore de L’architettura medievale in Sardegna, certamente il testo più noto in assoluto fra quelli che hanno trattato la storia dell’arte nell’isola. È stato Delogu a ispirare i lavori con cui si è ripristinata quella che veniva considerata, allora, la condizione originale dell’edificio, risalente all’inizio del primo millennio, spogliandolo della decorazione barocca. Studi successivi ci hanno detto che quell’originalità è più sfumata di quanto non si pensasse cinquanta anni fa, visto che l’edificio romanico deriva, probabilmente, dall’unificazione di un sacrario a pianta centrale, paleocristiano, con un’aula longitudinale, d’epoca posteriore.
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