C’è un altro argomento di discussione, stavolta più strettamente artistico, ma che non entra nel merito dei singoli partecipanti al Premio Arciere, a ulteriore garanzia di imparzialità, che vorrei introdurre, dedicando anche ad esso qualche parola di approfondimento; un argomento, spero, assai adatto a suscitare il coinvolgimento della componente più letteraria della giuria, quest’anno particolarmente robusta, È un problema con cui ci si è imbattuti nella selezione del Premio, così come era capitato, in termini perfino più rimarchevoli, anche l’anno scorso; un problema solo apparentemente superficiale, che va a toccare, in realtà, se sviluppato fino in fondo, temi decisivi sul senso complessivo dell’arte. Il problema, detto sinteticamente, è quello della sproporzione fra i titoli e le opere a cui sono stati assegnati.
Se si fosse dovuto fare affidamento ai titoli, molte opere poi ammesse al concorso non sarebbero state nemmeno prese in considerazione. Troppo inadeguati, insensati, presuntuosi nella loro banalità liricheggiante, arroganti nella pretesa di eleggere il proprio individuale, anche quando apparentemente così poco attrezzato, a centro dell’interesse universale. Nel vedere le opere, invece, molte di queste perplessità sono fugate, visto che la loro caratura artistica si è dimostrata nettamente superiore a quanto certi titoli ci avrebbero indotto a supporre. Chiediamoci: esiste, in questo senso, un problema che esula dalla circostanza specifica del Premio Arciere? Credo di si, il Premio Arciere, da questo punto di vista, è solo uno specchio di una situazione più generale.
In cosa consiste, allora, il problema? La risposta più immediata potrebbe essere di questo genere: la scarsa capacità degli artisti, visto che sono loro, è da presumere, i primi “titolatori” di sé stessi, nel letteralizzare in maniera adeguata il contenuto artistico delle loro opere. Sia chiaro, gli artisti non hanno l’obbligo di essere ferrati in materia letteraria, come lo possono essere Salvatore Niffoi o Stefano Salis, o anche solo nella lingua italiana, in una maniera tale da permettere loro di superare l’inconveniente ora considerato. Se è vero, come dice Tullio De Mauro, che almeno il 70% degli italiani ha una dimestichezza insignificante con la scrittura qualificata, che non è solo la letteraria, ma quella con cui normalmente comunicano le classi mediamente colte (in Italia, per di più, meno qualificata che altrove), e non è in grado di esprimersi conseguentemente, in forma scritta come orale, non si vede perché gli artisti italiani, considerati nella loro generalità, dal dilettante al professionista, debbano fare troppa eccezione alla regola.