
Sono passati poco più di due mesi da quando furono consegnati i testi del catalogo del Premio Arciere/Isola di Sant’Antioco, edizione 2010, in buona parte reimpiegato in questo, salvo gli aggiornamenti necessari. Di solito, un lasso di tempo breve come questo passa senza lasciare tracce particolari. In questo caso, invece, è cambiato molto, al punto che, secondo qualcuno, niente sarà più come prima. Cominciamo dagli aspetti più consolanti. Partito quasi dal nulla, affidandosi alla determinazione di alcuni volenterosi, fra singole persone, enti pubblici e privati, il Premio artistico Arciere/Isola di Sant’Antioco giunge, dopo solo due edizioni dalla sua nascita, al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Sul Premio, forse non ancora noto a chi frequenta il Festival, si potrà leggere più diffusamente nelle pagine seguenti.
Sul fatto che abbia conseguito così rapidamente un traguardo di tanto riguardo, dato il prestigio del contesto spoletino, va fatta qualche precisazione che tira in ballo altri aspetti dell’attuale momento, meno esaltanti dei precedenti. Non è un mistero che, da qualche tempo, il Festival dei Due Mondi faccia i conti con una condizione economica non facile, che rende sempre più impegnativi gli sforzi per mantenere alto il livello della manifestazione, nel rispetto di una tradizione gloriosa. Una situazione che, a maggior ragione, si è resa difficile anche per me, incaricato, nel secondo anno consecutivo, di curare un settore del Festival, quello delle esposizioni artistiche, che non ha ridimensionato la sua importanza, ma che rimane, in qualche modo, di contorno rispetto agli eventi musicali e teatrali, da sempre i principali della manifestazione.
Si trattava di affrontare un problema che, già in quel momento, prefigurava una condizione con cui coloro che si occuperanno di manifestazioni culturali avranno regolarmente a che fare nei prossimi anni: elaborare un programma quanto più dignitoso possibile col poco che passa in convento. Inutile piangersi addosso, bisogna riuscire a cavare il ragno dal buco; chi non ne sarà capace, abituato come era a situazioni più confortevoli delle odierne, potrebbe essere costretto a cambiare mestiere. Un esperimento, dunque, con cui avere la possibilità di capire in anticipo quello che potrebbe capitare in un domani imminente. La soluzione scelta in questa occasione è stata dettata da ragioni di immediata utilità, favorendo il contenimento delle spese e la massima praticità dell’organizzazione, ma può essere ricondotta a un metodo operativo che non mancherà certamente, in un futuro anche assai prossimo, di essere replicato: il consorzio. Troppo spesso, in Italia, si è lavorato all’insegna di un’esclusività di iniziative culturali, voluta o meno che fosse, che ha comportato un dispendio di risorse e di energie difficilmente sopportabile nel regime di austerità che si sta prospettando.
Detto in altro modo, sono troppe le belle mostre, i preziosi allestimenti teatrali e operistici che hanno conosciuto una sola tappa, quasi che una circolazione così ridotta non fosse avvertita come una limitazione, ma, anzi, come un valore aggiunto, un motivo di vanto speciale per chi organizza, un privilegio esclusivo che viene offerto a pochi. È una mentalità che, probabilmente, bisognerà cambiare, ridimensionando gli investimenti e riservando le offerte uniche a occasioni che siano veramente eccezionali, non potendosi realizzare, per ragioni pratiche o di rispetto della tradizione, fuori dai loro abituali contesti d’accoglienza. Negli altri casi, bisognerà pensare a manifestazioni trasferibili da luogo a luogo, da situazione a situazione, dando la possibilità alle diverse entità interessate di muoversi concordi nella organizzazione, divedendo le spese e i benefici per moltiplicare l’utenza potenziale degli eventi. Bisogna, quindi, imparare a consorziarsi, molto più di quanto non si faccia ora: credo di essere facile profeta sostenendo che, in tempi non lontani, la circolazione di mostre e spettacoli, e con essa la possibilità di essere visti da quanto più pubblico possibile, anche in parti distantissime d’Italia o all’estero, sarà ritenuta un elemento altamente preferenziale, se non obbligato, per poter godere di finanziamenti statali. Se così andranno le cose, a Spoleto non ci troveranno impreparati. Le mostre dell’anno scorso, poi avviate a Salemi, erano impostate su una certa linea, chiara, subito riconosciuta dalla critica e dai visitatori: la proposta di un’arte che trova ancora poco diritto di cittadinanza fra le “cricche” di operatori più elitarie e autoreferenziali del contemporaneo, malgrado la sua ampia vocazione comunicativa, a dimensione di vasto pubblico, in virtù di linguaggi che mantengono un legame importante, direi, il più delle volte, vitalistico, col mestiere tradizionale e con la storia. Una linea analoga è stata battuta anche dal Premio Arciere, l’anno scorso in maniera ancora empirica, come sempre accade nelle prime edizioni, quest’anno in modo già più cosciente e determinato. Sicché, stando la necessità di contenere i costi e la volontà di perseguire la stessa linea introdotta l’anno scorso, seppure imboccando nuovi percorsi, è stato naturale trovare spazio, nelle mostre artistiche del Festival dei Due Mondi 2010, a una selezione di opere provenienti dal Premio Arciere, perfettamente coerente con gli intenti critici che ci eravamo prefissati.
L’operazione è stata possibile grazie al sostegno della Regione Sardegna, finanziatore del Premio, che approfitta della circostanza per presentarsi al palcoscenico del Festival, nell’intento di raccogliere attenzioni anche al di fuori del campo artistico. Un supporto intelligente e lungimirante, tanto più generoso perché concesso in un momento di eccezionale preoccupazione per l’economia isolana, quando la demagogia più opportunista avrebbe richiesto, forse, di spendere soldi solo entro i confini regionali. Proprio quando lo spontaneo, sperimentale consorzio stabilito fra Spoleto e la Sardegna, di reciproca convenienza, passava alla fase operativa, arrivava notizia della manovra economica d’urgenza del governo, con i tagli alla spesa pubblica e l’ormai famosa “lista Tremonti” delle 232 istituzioni culturali a cui togliere le sovvenzioni statali. Nella lista, in nobile compagnia, anche la Fondazione Festival dei Due Mondi. Tremonti ha poi ammesso che la sua iniziativa era stata improvvida e non concertata, lasciando al ministro dei Beni Culturali il legittimo, ingrato, delicatissimo compito di distribuire i tagli, che dovrebbero, comunque, dimezzare le precedenti disponibilità. La situazione, dunque, rimane d’allerta. Qualche considerazione, a margine di questi recenti sviluppi, ancora in divenire nel momento in cui scrivo.
Trovo quanto meno equivoco, nel suo brutale semplicismo, l’adagio ricorrente nella bocca dei governanti da ogni dove, specialmente della nostra Unione Europea, quando giustificano la mannaia che si è abbattuta sui bilanci statali: “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. Bisogna intendersi, su quali sarebbero queste possibilità. In Italia, non certo per colpa di cause recenti, ma raccogliendo i frutti di un paziente lavoro di prosciugamento delle risorse scolastiche, universitarie, culturali, durato alcuni decenni, le formazioni dei cittadini sono diventate di un livello medio infimo, condizionate da un tasso generale di analfabetismo di ritorno che trova pochi eguali nell’Occidente, coinvolgendo almeno due terzi della popolazione. Non si legge, e quando si legge lo si fa male, dedicandosi a cose trascurabili, oppure capendo poco di ciò di cui ci si occupa. Non si va a teatro, al cinema, a vedere mostre, a sentire musica di livello, ad assistere a conferenze, convegni, lezioni, e quando lo si fa, sono quasi sempre gli stessi, negli stessi luoghi, nelle stesse circostanze, mentre attorno il buio regna sovrano. Non si conosce la storia, l’arte, la geografia, la scienza, anche negli elementi più basilari, quelli che si dovrebbero imparare, una volta per sempre, alle scuole medie; eppure si pretende, con questi corposi bagagli alle spalle, di avere opinioni che non siano idiote, e di esibirle impunemente. Non s’impara, perché i primi a diffondere il contagio sono i genitori: le librerie domestiche, desolanti come praterie dopo l’esplosione di una bomba atomica, sono veri e propri sepolcri dell’intelligenza familiare, monumenti involontari a un’ignoranza di massa che non viene più fatta avvertire, data la sua dilagante forza numerica, come motivo di vergogna e di inferiorità.
I giovani, già di per sé pochi, succubi della prepotenza degli anziani che concedono loro poco spazio, sono ostacolati in partenza. In compenso, il consumo di televisione degli italiani rimane molto elevato, oltre le quattro ore giornaliere pro capite, senza che venga equilibrato da alternative informative o di svago adeguate. Ci sarebbe Internet, per esempio, ma da noi è sottosviluppato e sottoimpiegato, forse anche per il fatto che genitori e professori, in una santa alleanza neo-illuminista, dicono che dentro ci sono cose brutte. Questo, signori governanti d’Europa, sarebbe vivere sopra le possibilità? Questo è un vivere, di gran lunga, sotto le possibilità concepibili in una società civilmente evoluta. Un modello “all’avanguardia”, se vogliamo, che configura in Italia una situazione di particolare urgenza, per quanto poco condivisa da chi dovrebbe avere occhi e cervello per rendersene conto, ma a cui non sono certo estranee, beninteso, altre nazioni, anche fuori dall’Europa. E allora, quali sarebbero le possibilità di cui ci parlano? Quelle economiche? Sono importantissime, nessuno lo nega, difficilmente ci si potrebbe permettere di dedicarsi a libri o mostre quando il bisogno di sopravvivere obbligasse ad altro, e oggi sappiamo che in molti, molto più di ieri, hanno questo problema. Ma identificare le possibilità economiche con il livello di vita civile di un’intera nazione denuncia una miopia culturale senza limiti, capace di qualunque misfatto.
A questo, purtroppo, siamo arrivati. È accettabile, anche perché inevitabile, che il settore pubblico operi dei tagli, se ci sono meno soldi a disposizione, tanto più legittimi se rivolti a ridurre gli sprechi e gli usi impropri, che, malgrado in Italia la cultura non abbia mai navigato nell’oro, non sono stati pochi, come tutti sappiamo benissimo, ora vuoi per incapacità amministrative e professionali, ora per precisa volontà fraudolenta. È inaccettabile, però, che questi soldi vengano sottratti alle attività d’interesse culturale perché ritenute meno essenziali di altre, o, addirittura, inutili. È umiliante, per chi propone simili visioni, più ancora che per chi le subisce, che la crescita di civiltà di un Paese venga misurata sulla presunta, maggiore necessità di un viadotto o di un aereo militare piuttosto che di una benemerita istituzione culturale. Se questi sono i medici che dovrebbero curare i nostri mali, c’è poco da stare tranquilli, visto che non si rendono conto di essere loro stessi, con le loro mentalità asfittiche, bassamente materialiste, culturalmente arretrate, al centro del problema. Non passerebbe mai nelle loro teste, probabilmente, che un benestante possa essere considerato un minorato civile, e, di conseguenza, un problema sociale da risolvere. Meglio curarsi per nostro conto, se non vogliamo rimanere pazienti cronici.